Dall'Assemblea costituente del 1946, con il fondatore Emilio Lussu e Piero Mastino eletti per contribuire a scrivere la Costituzione italiana, alla sparizione, per la prima volta nella storia autonomistica della Sardegna, dall'emiciclo del Consiglio regionale.

È stato scritto oggi a Roma l'epilogo momentaneo del Partito sardo d'Azione: con l'addio degli ultimi tre consiglieri regionali eletti tra le sue fila nella tornata di febbraio scorso, i sardisti non hanno più una rappresentanza nella massima istituzione regionale.

Lo storico partito, il più anziano e longevo in Italia (fu fondato nel 1921 da Camillo Bellieni, Emilio Lussu e altri ex combattenti della Brigata Sassari), vive un momento delicato, non certo l'unico della sua travagliata storia che ha superato il secolo. Anche se il suo segretario nazionale ed ex presidente della Regione, non ricandidato, Christian Solinas, ha tenuto a precisare che il partito "è più vivo e vivace che mai".

La parabola regionale è cominciata nel 2018 dall'alleanza con la Lega di Matteo Salvini per le Politiche. Solinas viene eletto senatore e il leader del Carroccio partecipa subito dopo al congresso regionale del partito, con le critiche immediate delle correnti più a sinistra tra i sardisti. Si sancisce così quello che è stato definito dai detrattori "l'abbraccio mortale" che ha portato poi lo stesso Solinas a essere candidato ed eletto come presidente della Regione nel 2019, il secondo dei Quattro Mori nella storia, dopo Mario Melis negli anni Ottanta, e a ottenere sette seggi nell'Aula consiliare. I malumori interni tra i consiglieri regionali del gruppo non si sono fatti attendere, sfociati, alla fine della scorsa legislatura, con l'addio di Franco Mula e Stefano Schirru. Poi l'annuncio di sospensione Di Chessa, Maieli e poi Marras, rieletti a febbraio in un gruppo più che dimezzato, e l'addio anche del vice segretario Quirico Sanna, per i cinque anni precedenti fedelissimo di Solinas.