“Se le guerre possono essere cominciate con le bugie, la verità può fermarle”, diceva Julian Assange. Nel conflitto scatenato a Gaza dal massacro del 7 ottobre e in corso ormai da 11 mesi, la prospettiva di una fine della guerra si allontana, ma anche la verità ha difficoltà a emergere in un conflitto dove i giornalisti indipendenti hanno scarso accesso e dove le uniche informazioni che si riescono ad avere vengono dai civili palestinesi che raccontano cosa accade con i loro smartphone o dagli operatori umanitari internazionali.

Di questo si è parlato al panel “Israele-Gaza: come uscire dal mattatoio”, con Stella Morris Assange, moglie di Julian Assange e capofila della battaglia per la sua liberazione (in collegamento dall’Australia), Alessandro Di Battista, Gad Lerner, giornalista del Fatto conduttore e saggista e Martina Paesani infermiera di MSF e del servizio sanitario nazionale. L’affollatissimo dibattito era moderato dalla vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva. “Nel conflitto a Gaza si sente la mancanza di un lavoro investigativo come quello fatto da Wikileaks a proposito delle guerre in Afghanistan e in Iraq”, ha detto Oliva.

La risposta di Stella Assange è che dal 2010, anno dell’uscita del notissimo video Collateral murder su Wikileaks, oggi è aumentata, non diminuita la possibilità di svelare le atrocità della guerra, e parallelamente l’ipocrisia di molte democrazie occidentali che dichiarano o sostengono i conflitti propagandando l’idea che siano necessari e “giusti”. E questo, nonostante il lungo calvario subito da Julian Assange, liberato solo quest’anno dal procedimento penale avviato dagli Stati Uniti per il suo lavoro di giornalista, dopo un accordo di patteggiamento.