Ho letto l’articolo di Selvaggia Lucarelli sulla via crucis di una donna che denuncia violenze e attende una risposta dallo Stato per quattro lunghi anni. Ho provato frustrazione ma non ne sono stata sorpresa. Non più di tanto. Il lavoro con le donne vittime di violenza ci fa toccare con mano, non di rado, che la giustizia ha tempi lenti e che lo Stato non sempre tutela i diritti delle donne che subiscono maltrattamenti, violenze sessuali e stalking. Non è realistico individuare una unica causa nelle maglie troppo larghe di un sistema giudiziario che lascia le donne sole a fronteggiare uomini violenti. La vittimizzazione istituzionale è il prodotto di elementi soggettivi e oggettivi, culturali e sociali che si intrecciano. Quando il sistema antiviolenza si inceppa, si lascia carta bianca agli autori di violenza per continuare ad aggredire, minacciare e mantenere in uno stato di soggezione le vittime; in questo contesto può accadere che il livello di gravità delle azioni violente si alzi pericolosamente perché il senso di impunità legittima gli autori di violenza ad esercitare il controllo sulla vittima. Una ubriacatura di onnipotenza che non viene smaltita da nessun limite.
Si tratta di situazioni gravissime a prescindere che si concludano con la morte delle donne o con la loro sopravvivenza. I danni psicologici nelle vittime perdurano anni e si aggravano se, a quelli, si sommano sfinenti procedimenti giudiziari. Le donne vivono ansia, depressione, senso di umiliazione e perdita della propria autostima e spesso rinunciano all’azione penale per proteggersi dalla sofferenza.
