Non solo l’ex magistrato Gioacchino Natoli. La procura di Caltanissetta indaga anche su Stefano Screpanti, generale della Guardia di Finanza. Oggi è alla guida del Nucleo per la repressione delle frodi Ue, alle dipendenze del dipartimento per gli Affari europei e quindi del ministro Raffaele Fitto, ma le contestazioni mosse dai pm di Caltanissetta si riferiscono a quando era un giovane capitano del Gico di Palermo. Anche a Screpanti, come a Natoli, è stato notificato un invito a comparire. Lo racconta l’edizione palermitana di Repubblica, spiegando che il generale è indagato per favoreggiamento alla mafia e falso. Contattato dal quotidiano, Screpanti non ha voluto commentare l’indagine a suo carico. Nei giorni scorsi, anche Il Fatto aveva cercato il generale tramite il suo ufficio, senza alcun esito.

Caltanissetta, l’ex pm Natoli si avvale della facoltà di non rispondere: “Chiederà un nuovo interrogatorio per dare ogni chiarimento”

L’inchiesta sui Buscemi e Ferruzzi – L’inchiesta condotta dal procuratore Salvatore de Luca riguarda un vecchio fascicolo di cui l’ex pm Natoli, già componente del pool Antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chiese l’archiviazione nel giugno del 1992. Sotto inchiesta c’erano i fratelli Nino e Salvatore Buscemi, imprenditori mafiosi vicini a Totò Riina, poi divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini. Nei mesi scorsi questa vicenda è stata ricostruita davanti alla Commissione Antimafia ed è stata fonte di roventi polemiche. Il primo a parlarne, nel settembre del 2023, è stato l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino. Dopo aver legato quell’indagine al dossier Mafia e appalti, considerata dal legale e dagli ex vertici del Ros dei Carabinieri come il movente segreto della strage di via d’Amelio, Trizzino aveva accusato Natoli di aver “inspiegabilmente” chiesto di smagnetizzare le intercettazioni dei fratelli Buscemi e di distruggere i brogliacci. Accuse alle quali Natoli aveva replicato con un’intervista al Fatto Quotidiano e poi durante un’audizione sempre davanti alla commissione di Palazzo San Macuto. La smagnetizzazione delle bobine era una “prassi adottata dal Procuratore di Palermo dettata sia dalla necessità di riutilizzare le bobine smagnetizzate per la nota carenza di fondi ministeriali fortemente presente in quel periodo, sia per la mancanza di spazi fisici per la conservazione dei nastri”, aveva detto l’ex componente del pool Antimafia di Palermo. Natoli aveva raccolto i documenti di quella vecchia inchiesta, segnalando che quei nastri erano rimasti negli archivi: non furono mai effettivamente distrutti. Le intercettazioni sui Buscemi – ha raccontato sempre l’ex pm, consultando l’originario fascicolo d’indagine – avevano dato in ogni caso “esito negativo”.