Mentre Satnam Singh lavorava nei campi e ancora osava sperare in un futuro migliore in un paese di persone buone, mi avviavo alla fine della lettura di un grande romanzo, Chi siamo quando nessuno ci vede, scritto da Alberto Gaino per DiFelice Edizioni. L’avvio della storia è il ritrovamento in un fosso del cadavere di Ahmed, egiziano, travolto da un’auto pirata. Lui, scopriremo, in realtà è morto in un cantiere edile alla periferia di Torino, dove lavorava in nero; il suo corpo l’hanno spostato a molti chilometri di distanza dal luogo dell’incidente gli sgherri dell’impresario. Gaino è stato per tutta la vita giornalista a La Stampa, le storie che racconta nel suo romanzo sono l’eco di quelle di cui si è occupato per tutta la vita. Non è fiction, Singh ha riportato Ahmed fuori dalle pagine del libro, sul ciglio della strada.
Mi sono ricordato che in passato qui al Nord i decessi dei lavoratori, anche quando erano incidenti sul lavoro, raramente venivano raccontati come tali. “Deceduti durante il trasporto in ospedale”, come se le ambulanze, invece che mezzi di soccorso, fossero strumenti di morte per chi ci entrava. Perché il morto sul lavoro profanava la sacralità della fabbrica, del campo, del capitale. Non bisognava dire che era successo lì, perfino quando il lavoratore godeva di contratto e tutele.
