di Leonardo Botta
Una vecchia usanza di alcuni genitori era quella di accostare la mano dei propri pargoli alla fiamma dell’accendino, per fare in modo che, scottandosi, imparassero a starne alla larga. A questo pensavo mentre riflettevo sul turno di ballottaggio di domenica prossima in Francia, che potrebbe consegnare per la prima volta la maggioranza parlamentare all’ultradestra di Le Pen e il governo al suo delfino Bardella.
Le contromosse del resto dello scacchiere politico le abbiamo viste: la sinistra del neo-costituito Nouveau Front Populaire ha serrato i ranghi e si è organizzata: complice la legge elettorale a doppio turno, sono partiti i pur complicati patti di desistenza con Ensemble, il partito dell’azzoppato (volendo usare un eufemismo) presidente Macron. Concretamente, in molti collegi chi era terzo si è ritirato dalla competizione, che ora si mostra sicuramente aperta: addirittura i sondaggi danno il Rassemblement National lontano dalla maggioranza; forse, dico forse, neanche questa volta Marine Le Pen vincerà.
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Ma mi chiedo se ciò giovi alla malconcia democrazia transalpina. Mi chiedo se ciò andasse assolutamente fatto, per evitare alla destra xenofoba di andare alla guida del paese nostro vicino d’oltralpe, o se una volta per tutte non sia il caso che i francesi mettano la mano sul fuoco (un po’ come era successo agli inglesi a trazione conservatrice con la Brexit: infatti il partito laburista britannico sta tornando perentoriamente al governo dopo i disastri isolazionisti compiuti dai Tories, anche se per ora il suo leader Starmer esclude un rientro nell’Ue) e sperimentino questa esperienza di governo ultra-conservatore.
