Aveva le ricetrasmittenti, il lampeggiante, le mimetiche e le pistole che sparavano pallini. Diceva di essere dell’Fbi, ma anche un carabiniere e per accreditarsi mostrava tesserini, chiedeva i documenti e stilava relazioni di servizio. Per adescare le sue vittime era bastato chiedere loro: «Hai ancora la passione per i carabinieri?». Agli occhi di quei ragazzini di soli 13 anni era sembrato di vivere come in un videogioco, di essere in una eterna partita di “Call of duty”.
Ma non era affatto un gioco. Anche se aveva pochi anni in più rispetto a loro, il finto agente segreto era una persona affetta da un disturbo di personalità antisociale ed era stato capace di soggiogarli e terrorizzarli, minacciandoli di morte e soprattutto costringendoli a compiere e subire atti sessuali come punizioni o come premi per far carriera nella sua associazione paramilitare. È stato condannato ieri in abbreviato a sette anni di carcere in abbreviato I. R., 20 anni (difeso dall’avvocata Elisabetta Corbelletti) l’uomo che aveva coinvolto tre adolescenti «in un pericoloso gioco di ruolo, in cui aveva assunto una posizione di supremazia, riuscendo a sopraffare psicologicamente gli altri tanto da provocarne l’isolamento sociale, indispensabile per agire nell’impunità».
