Come al solito in Italia la vittoria ha cento padri, la sconfitta è sempre orfana. Ancora una volta per una delle peggiori figuracce della storia del calcio italiano (continuiamo a scavare il fondo) non pagherà nessuno. Non il ct Luciano Spalletti, che rimane al suo posto in panchina nonostante una gestione scriteriata e confusionaria della rosa. Figuriamoci il presidente federale Gabriele Gravina, sempre in prima fila quando si tratta di festeggiare e prendersi i meriti, mai le colpe del fallimento. Quale fosse l’andazzo si era già intuito nell’immediato dopo partita contro la Svizzera. I due l’hanno confermato in una conferenza stampa imbarazzante, in cui hanno fatto finta di metterci la faccia, per lanciare in realtà pizzini a destra e a manca e salvarsi la poltrona. Per chiunque avesse avuto un minimo di dignità, dopo una figuraccia del genere bastava una parola: “Dimissioni”. In quindici minuti di monologo, Gravina non ha avuto il coraggio nemmeno di nominarla, girandoci attorno con sinonimi di ogni tipo per esorcizzarla, e far capire che non ha la benché minima intenzione di farsi da parte.

Anzi, il “senso di responsabilità” gli impone di rimanere al suo posto. Quasi dovremmo ringraziarlo. Soltanto a domanda specifica, ha chiarito che “non esiste nell’ambito di una governance federale che qualcuno possa pretendere le dimissioni e governare dall’esterno il nostro mondo”, evocando il solito complotto. Il riferimento è alle presunte manovre di Lotito, la sua ossessione, e di altri ambienti politici a lui ostili. Salvo poi affrettarsi a ribadire che il suo rapporto col governo è ottimo, quando invece, dalla Commissione sui controlli ai club al recente emendamento pro Serie A rivelato dal Fatto, è del tutto evidente che anche la politica ha scaricato il presidente federale. Pretendere le sue dimissioni oggi, però, non sarebbe un’ingerenza, solo decenza.