“Mr Leopold Bloom mangiava di gusto le interiora di animali in genere e di volatili in particolare. Gli piaceva mangiare dense minestre di rigaglie, gozzi ripieni dal sapore pastoso, cuore farcito arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Soprattutto andava matto per i rognoni di castrato alla griglia, che gli lasciavano sul palato un fine sapore di urina lievemente aromatica”.
Leopold Bloom, l’agente pubblicitario “di stirpe ebraica” protagonista dell’Ulysses di James Joyce (Dublino 1882-Zurigo 1941), entra in scena così, nella cucina della sua casa di Dublino, la mattina del 16 giugno 1904, mentre prepara la colazione per sé e per la moglie Molly. Siamo all’inizio del secondo capitolo del romanzo, da sempre considerato il capolavoro del modernismo inglese: in tutto 18 capitoli, ciascuno recante il nome di un personaggio dell’Odissea e ciascuno scritto con una tecnica diversa – dalla narrativa rosa alla sceneggiatura teatrale allo stream of consciousness, il flusso di coscienza –, a catturare nel profondo i singoli momenti della giornata di Mr Bloom, novello Ulisse che il narratore segue per 24 ore, fino alla colazione del giorno successivo, nel suo peregrinare in giro per la città.
