Ilaria Salis candidata al Parlamento europeo è una cosa grande e ottima per diversi e convergenti motivi. Innanzitutto perché – se tutto andrà come dovrebbe andare, se ci sarà un sufficiente per quanto minoritario appoggio popolare – scatterà l’immunità connessa alla carica di europarlamentare e Ilaria potrà almeno essere scarcerata e liberata da quei ceppi che hanno giustamente fatto fremere l’opinione pubblica. Ovviamente non si tratta soltanto di risolvere il problema di una singola persona, ma di affermare, dentro una vicenda che è diventata simbolica, diritti universali di tutti.
Non è la prima volta che si fa un uso deliberatamente e apertamente strumentale dell’immunità parlamentare per liberare vittime di persecuzioni giudiziarie che hanno o si sospetta che abbiano una radice politica. Ma forse è la prima volta che lo si fa su scala europea, per una persona detenuta in un altro paese dell’Unione Europea, ponendo quindi un problema di tutele e garanzie su scala comunitaria.
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Non la vedo come la scelta di difendere un’italiana nei confronti della “perfida Ungheria” ma come una scelta profondamente europeista. Così come europeista è stata in questi anni la pressione esercitata – magari non abbastanza coerentemente – dal Parlamento e dalla Commissione Europea nei confronti della Ungheria. La candidatura di Ilaria Salis contribuisce a mostrare a molti scettici quanto sia importante la presenza, la pressione, la battaglia politica nelle istituzioni europee.
