Poco più di 20 miliardi l’anno prossimo e 23 miliardi nel 2026. A cercar bene, nel Def “snello” del governo Meloni si scovano i numeri che renderanno molto complicato l’autunno del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Pur avendo deciso di non indicare nel documento gli obiettivi programmatici, cioè i contorni della legge di Bilancio per il 2025, il Tesoro ha infatti messo nero su bianco in una tabella quanto costerà prorogare le misure coperte al momento solo per il 2024: dalla decontribuzione per i redditi medio-bassi e quella per le madri lavoratrici all’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, dalla maxideduzione per le assunzioni a tempo indeterminato alla riduzione del canone Rai fino all’aumento della soglia di esenzione dei fringe benefit e agli interventi sulle pensioni. La Tavola III.4 del Programma di stabilità indica di quanto aumenterebbe l’indebitamento nello scenario di “politiche invariate“: nel 2025 il deficit/pil salirebbe al 4,6%, 0,9 punti in più rispetto al tendenziale, l’anno successivo supererebbe di 1 punto pieno il 3% tendenziale.
Sta in quel divario il rebus che l’esecutivo dovrà risolvere nei mesi successivi alle elezioni europee, dopo che la Commissione Ue avrà aperto nei confronti dell’Italia e di molti altri Paesi una procedura di infrazione per deficit eccessivo e inviato a Roma le proprie indicazioni sulla traiettoria della spesa primaria netta intorno a cui costruire entro il 20 settembre il Piano strutturale di bilancio previsto dal nuovo Patto di Stabilità. Colmare il gap da 20 miliardi con un effettivo aumento del deficit al momento appare improponibile, dato che per rispettare le indicazioni di Bruxelles occorrerà ridurre sensibilmente il disavanzo primario, cioè la differenza tra entrate e spesa pubblica al netto degli interessi sui titoli di Stato (che per fortuna aumenteranno meno di quanto previsto in autunno).
