Dopo un restauro da parte di Nikkatsu Corporation, è tornato in sala in questi giorni (distribuito dalla Cineteca di Bologna) L’Arpa birmana (1956), il capolavoro del regista giapponese Kon Ichikawa (1915-2008). È stato un ritorno provvidenziale per un film dimenticato e che, in questi orribili tempi di guerre, ci offre uno straordinario messaggio pacifista. Lo aveva mandato in onda La7, prima del restauro, nel lontano 2003, poi era quasi sparito dai circuiti italiani.
L’Arpa birmana è tratto da un romanzo di Michio Takeyama (1903-1984), scrittore sempre contrario all’alleanza nipponico-nazista-fascista contro la quale si era schierato con un pamphlet (Doitsu, atarashiki chūsei? Ovvero Germania, il Medioevo rinnovato?). Aveva anche tradotto in giapponese, fra le altre opere, Così parlò Zarathustra di Nietzsche. E da Biruma no Tategoto (ovvero L’Arpa della Birmania, 1948), l’eterogeneo regista Ichikawa (con la sceneggiatura della moglie Natto Wada) trasse il suo migliore film (ne diresse d’ogni tipo, anche per bambini, persino con il nostro Topo Gigio, ed erotici, come una versione de La Chiave, dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki, ripreso poi da Tinto Brass).
L’Arpa birmana fu selezionato al Festival di Venezia del 1956, ma omaggiato solo con un premio minore (il San Giorgio) in una movimentata edizione presieduta da Luchino Visconti che non assegnò il Leone d’Oro ad alcun film. La sua fortuna fu dettata soprattutto dai circuiti dei cineclub e, oggi più che mai, il film andrebbe visto da un pubblico più ampio.
